La malnutrizione rappresenta una condizione altamente prevalente nel paziente fragile lungo l’intero percorso di cura, dalla comunità all’ospedale, fino alla fase post-acuta e riabilitativa. Numerosi studi dimostrano come la prevalenza della malnutrizione aumenti progressivamente con il passaggio tra setting assistenziali e come sia associata a peggiori outcomes clinici1(Cereda, Curr Opin Clin Nutr Metab Care, 2012).
Prevalenza della malnutrizione (grafico A) e rischio di malnutrizione (grafico B) in base al MNA completo e al livello di dipendenza (media ponderata degli studi inclusi).
Fino al 50% dei pazienti adulti, ricoverati per patologie/condizioni acute o riacutizzazioni, manifesta ipofagia moderata (introito spontaneo <75% del fabbisogno). In particolare, il deficit nutrizionale non è limitato all’apporto calorico complessivo, ma riguarda in modo specifico e strutturale l’introito proteico2-4.
Un ridotto apporto proteico è stato associato a una maggiore perdita di massa muscolare5 e a un declino funzionale con aumento del rischio di disabilità negli anziani4,6, con un effetto dose‑dipendente già per intake inferiori a 0,8 g/kg/die.
Dati più recenti confermano come, nella popolazione anziana che vive in comunità, una quota rilevante di soggetti non raggiunga i target raccomandati di apporto proteico, indipendentemente da sesso e BMI7.
L’ospedalizzazione per evento acuto rappresenta un momento critico nel percorso clinico del paziente fragile. L’aumento dei fabbisogni legato all’infiammazione, associato a una riduzione dell’intake alimentare dovuta a malattia, polifarmacoterapia, digiuni per esami diagnostici e ambiente non familiare, porta a un rapido deterioramento del bilancio proteico–energetico8.
L’allettamento, anche di breve durata, contribuisce in modo rilevante alla perdita di massa muscolare: è stato stimato un decremento fino a circa 1 kg di muscolo in pochi giorni di immobilità negli anziani ospedalizzati10. Questo fenomeno compromette l’anabolismo proteico anche in presenza di un apporto calorico apparentemente adeguato.
Le linee guida internazionali raccomandano, per i pazienti a rischio nutrizionale, un apporto di circa 30 kcal/kg/die e 1,2–1,5 g di proteine/kg/die11. Tuttavia, nella pratica clinica, il solo utilizzo della dieta ospedaliera e del counselling nutrizionale raramente consente di raggiungere questi target.
Studi interventistici mostrano che, sebbene il counselling nutrizionale possa aumentare l’intake proteico, una quota significativa di pazienti non riesce comunque a colmare il gap nutrizionale, soprattutto nei contesti clinici più complessi12. Questo pone un limite all’approccio nutrizionale puramente reattivo, basato sull’intensificazione dell’intervento solo dopo il deterioramento delle condizioni iniziali.
Alla luce di queste evidenze, emerge la necessità di un approccio proattivo alla nutrizione clinica, volto ad anticipare il deterioramento dello stato nutrizionale fin dalle prime fasi dell’ospedalizzazione. L’utilizzo precoce di strategie nutrizionali più efficaci, come la supplementazione orale ipercalorica e iperproteica, rappresenta una risposta razionale alla difficoltà di raggiungere i fabbisogni raccomandati con la sola alimentazione standard6,10,13.
Come sottolineato dal Dott. Emanuele Cereda nel suo intervento al Congresso SINPE, identificare precocemente il rischio nutrizionale e intervenire tempestivamente consente di migliorare il percorso del paziente, prevenendo la progressione verso malnutrizione, perdita di massa muscolare e disabilità.
Guarda qui una breve anteprima dell’intervento:
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